giovedì 13 settembre 2007

Ai margini della grande storia

una conversazione con Agide Vandini, a cura di Rita Tamba

"Cerco di dare voce ad un piccolo mondo": è un bel programma, che Agide Vandini persegue da molti anni con ricerche storiche e opere folcloriche e letterarie. Lo racconta in questo dialogo con Rita Tamba ("vi propongo un'intervista all'autore di storia locale del mio paese"…), che immaginiamo svolgersi in un paesaggio ostico e incantato, fatto di nebbia, fossi, valli…
L'intervista a Vandini sarà seguita nei prossimi numeri da un esame di alcune delle sue opere.


Possiamo iniziare dalle ragioni della tua ricerca, fin dalla prima pubblicazione, 25 anni fa.
Fu la curiosità, il grande interesse per la ricostruzione documentata e realistica di una storia, quella del nostro piccolo paese, oggi diviso in due frazioni che fanno capo a differenti comuni e province e che, così si raccontava, era stato un giorno un comune autonomo. Da una ricerca condotta alla fine degli anni '70, con estrema difficoltà ed in ambito piuttosto limitato, fu possibile ricavare un testo molto asciutto ed essenziale che però suscitò molto interesse nel basso argentano, un vasto territorio di cui fino ad allora, in fatto di documentazione storica, esisteva ben poco.

Come si svolge il tuo lavoro e a quali fonti hai attinto? È cambiato nel corso degli anni il sistema di documentazione?
Distinguerei fra le ricerche storiche vere e proprie e gli altri miei lavori a sfondo letterario-folclorico. Quanto alle prime il mio metodo è piuttosto semplice. Attingo innanzi tutto alle fonti bibliografiche più interessanti, poi ordino e seleziono quanto reperito secondo una prima articolazione del tema prescelto. Sul “canovaccio” sviluppo gli argomenti ed inserisco le mie “scoperte”, ossia la documentazione e le notizie inedite raccolte in biblioteche ed archivi.
Gli altri lavori invece richiedono la trascrizione paziente di testimonianze, antichi usi e costumi, aneddotica locale, modi di dire e proverbi ritenuti interessanti per lo sviluppo di un tema o comunque meritevoli di conservazione. Su questi appunti e secondo quanto suggerito da un po’ di estro e creatività, costruisco i miei racconti, cercando di avere sufficiente cura nel preservare intatte le espressioni dialettali, nel collocare ogni tassello nel modo più rispettoso della mentalità e delle abitudini al tempo della storia.
Negli anni va detto che è migliorata assai la disponibilità di biblioteche ed archivi, in particolare la possibilità di ottenere fotocopie che consentono lo studio dei documenti in separata sede. Oggi inoltre è possibile avvalersi di Internet, nonché di strumenti di lavoro come il personal computer che permette facili inserimenti, nonché ripetute revisioni del testo.

I temi delle tue opere hanno un fulcro d’origine, il paese di Filo e la sua storia. Una storia che si svolge anche attraverso le fonti orali e il suo dialetto. Quanto contano queste fonti?
Moltissimo. È da qui che essenzialmente nasce la ricerca e l’approfondimento. Naturalmente, per una corretta ricostruzione storica, la fonte orale richiede molte verifiche, spesso è appena uno spunto da approfondire; per quanto attiene invece i temi letterario-folclorici, la testimonianza orale di eventi, usi e modi di dire costituisce l’anima, se non l’impalcatura vera e propria, dei miei lavori.

Spesso leggendo le tue pagine sembra di scoprire una realtà di confine, tra un territorio e l’altro, tra una storia conosciuta e tante storie dimenticate, come se tu suggerissi una lente di ingrandimento per esplorare una mappa umana, sofferta e potente insieme, altrimenti trascurata.
Cerco di dare voce ad un piccolo mondo, agli umili personaggi di un territorio spesso dimenticato perché ritenuto marginale in più sensi. In primo luogo perché realtà di confine, ove la cultura e la tradizione romagnola deve fare i conti con una parziale appartenenza amministrativa al ferrarese, situazione peraltro in cui è facile non sentirsi figli di nessuno. In secondo luogo perché il paese è, ancora oggi, realtà di aperta campagna, di cultura e tradizione contadina e bracciantile, ove nel fondo di ognuno permangono i caratteri di gente cresciuta in simbiosi con l’ambiente ostico e selvatico, fra grandi spazi di acqua e terra, fra il fiume e le sterminate valli oggi prosciugate.

La lotta partigiana è stata un'esperienza fondamentale per la nostra terra e tu le hai dedicato gran parte del tuo lavoro.
Nelle nostre contrade fra l’8 settembre del ’43 e l’aprile del ’45 si può dire che è passata la storia, la grande storia. Prima con le ritorsioni repubblichine verso una popolazione già in prima linea nelle lotte agrarie fin dal primo Novecento e presto organizzata in una difficile “Resistenza di pianura”, poi con le tremende vicende belliche culminate nella battaglia dell’Argenta gap che nell’aprile del ’45 ebbe al centro proprio il nostro territorio e comportò tanti, troppi lutti dolorosi. Per chi è nato subito dopo quegli avvenimenti, e fu toccato in famiglia da una delle più spietate persecuzioni fasciste, direi che è, prima di tutto, una forma di rispetto e di orgoglio verso chi si è sacrificato per noi e per la nostra Libertà. Va però sottolineato che lo spirito dell’epopea partigiana, accompagnato da una forte aspirazione verso la giustizia sociale, è ancora molto sentito nel territorio e fa parte, direi, dell’indole degli abitanti, come si può vedere dalla granitica connotazione politica.

Concedimi questo accostamento, anche i briganti sono stati da te riscoperti e narrati come parte di una storia difficile, disperata, ma profondamente legata alle radici della vita di gente che non si arrende.
Il brigantaggio romagnolo che interessò profondamente anche il nostro territorio, andava studiato e raccontato come fenomeno sociale fin dal suo nascere e fino alla definitiva regressione nel tardo Ottocento. Fu la scelta disperata di molti giovani che, a mio parere, andava contestualizzata nel tempo e nel luogo. Soprattutto, è un tema che andava visitato e rivissuto facendone conoscere tutti i più importanti interpreti, senza indulgere nel culto di un personaggio e neppure concedere troppo a certa agiografia “passatoresca” che si è sempre rifatta più alla leggenda che alla storia.

Del resto i protagonisti di "Gente semplice", "Il cestello dei ranocchi", "Bëli armunëj", e de "La valle che non c’è più", sono anche loro “fuori dal coro”. Le loro particolarità di carattere, di comportamento non li escludono dalla vita del paese, ma ne sono parte integrante, significativa.
È vero. I personaggi di cui mi piace raccontare le gesta non conoscono talvolta neppure l’esistenza dei sacri testi, conoscono più la “pratica” della “grammatica” ed è questa la loro forza. Si rifanno spesso alla saggezza popolare: quella dei proverbi, delle tradizioni e dei modi di dire. Come i loro antenati (tutti analfabeti, ricordiamolo…), parlano il dialetto, si trovano di frequente alle prese col duro problema della sopravvivenza e trovano soprattutto mille modi per rallegrarsi la vita. Direi proprio che ci riescono, perché rallegrano ancora anche noi…

La terra, l’acqua, la nebbia, i campi, sono anche loro personaggi nelle tue storie?
Non potrebbe essere diversamente. Se le persone parlano e si comportano secondo leggi che paiono talvolta scaturire dall’ambiente che li circonda, va da sé che la terra, il fiume, i fossi, le valli, la nebbia e la campagna, nelle mie storie sono gli elementi dominanti, sono “entità” silenziose, ma esigenti, con le quali si deve fare i conti ben prima di altre “Autorità” umane, certamente meno rispettate di loro… È lo scenario sublime, seppure talvolta selvaggio e spietato, con cui siamo tutti cresciuti e che, intimamente, talvolta anche inconsciamente, abbiamo imparato ad amare.

Possiamo ora toccare il tema della memoria, come tratto ispiratore di tutta la tua ricerca.
È molta la preoccupazione che un grande patrimonio di cultura popolare possa rapidamente disperdersi ed andare dimenticato. Tanto più per gente come noi che, vuoi perché realtà di confine, vuoi perché relegata ai margini del mondo industriale e commerciale contemporaneo, non ha molti modi per curare la memoria di come si è vissuto fino ad oggi in questa parte di mondo. Il timore è che l’esaurirsi, per ragioni anagrafiche, delle generazioni in grado di trasmettere preziose narrazioni orali, possa significare la perdita irreparabile di fatti, contesti, profili e personaggi capaci di documentare anche in futuro la nostra specifica identità culturale. Oggi è a rischio quel patrimonio di esperienze di vita che ha sempre favorito la comprensione fra generazioni. In tempi di scarsa conoscenza di se stessi, del territorio e dell’ambiente che ci circonda, una memoria storica che sappia conservare le vicende e le tradizioni popolari, può allora insegnare ancora molto all’uomo di oggi e di domani.

(Dal sito Istituto Gramsci Emilia Romagna,
Voci del verbo insegnare n. 31, 28 settembre 2006)

http://www.iger.org/voci_mat_rel/rel_2006_31_04.html

* * *

"PROVA UN PO' DI CHIUDERE GLI OCCHI…"

di Agide Vandini

A completamento dell'intervista già presentata dalle Voci, Rita Tamba ci invia un assaggio diretto della scrittura di Agide Vandini, narratore e studioso del piccolo mondo di Filo, tra Ferrara e Ravenna.
Certo, i riferimenti contenuti nei suoi versi, è lo stesso Vandini a ricordarcelo, sono "icone di un mondo perduto, elementi del paesaggio irrimediabilmente scomparsi dallo scenario filese." Ma alle Voci piace pensare che proprio la rievocazione di quei luoghi, storica e letteraria, li faccia rivivere agli occhi dei più giovani e di chi non li ha mai conosciuti – in una sorta di nobile "educazione" alla memoria.


da "La valle che non c’è più", Faenza, Edit, 2006, p. 7

"Chi percorre oggi le dritte e larghe strade asfaltate che scorrono lungo il fondo della vecchia valle del Mezzano, ha la sensazione di attraversare un paesaggio ai confini della realtà.
Chilometri e chilometri di terreno coltivato senza un paese o una borgata e senza neppure una casa contadina, un albero da frutto, un animale da cortile.
Se ci si guarda intorno, a perdita d’occhio non si vedono segni di presenza umana, quelli perlomeno che, di solito, caratterizzano questo angolo di mondo.
Pochi peraltro sono i viaggiatori che si inoltrano in questo ampio territorio, anche perché, data la scarsa segnaletica stradale, è piuttosto facile perdere l’orientamento, in particolare al buio o con la nebbia, e quindi può capitar di non riuscire più a capire dove diavolo dirigersi, se non con l’aiuto delle stelle…"


da "T’é da savé" ("Devi sapere"), nella raccolta "Bëli armunëj", Faenza, Edit, 2001, pp. 14-16.

… Prova mo d’srê i oc, e d’rèsar un s-cian
che ven zo pian da la Basteja pr andê
a Fil, in bröza, cun la frosta in man,

dusent e piò èn fa. A la man dreta t’é
e’ fiom che cŏr cun la su aqua cêra,
e sòbit d’là, l’arlus fen’a starluchê

un lêgh che la Val Santa la n’i stà da péra,
‘na scaparlê d’culur fen’a Fusgnan
stramëz i rĕz d’aglj önd a zantanéra.

Se döp a un pô t’at vu prilê d’giaman,
longh a tot che balcon d’tëra che va
fen’ a l’Amnê, bŏta l’öc un pô luntan,

döp al ca ardupêdi, sòbit d’là:
infena in zil... l’è tot’aqua salêda.
Quêlch barcon ch’e’ pasa pian d’avsen al ca

cargh d’sêl ch’e’ gosta una matêda
e ch’ i-l porta fórsi vérs a la Möta
d’indó ch’i-l tira fura int l’invarnêda.

Intant che la sumara la-t scaröza
stra i giaron dla strê, t’sent e’ cantê
di ranŏc, e pu e’ cuvê d’una ciöza,

e piò in là, un baben che vô titê.
T’sguec un pô tra quësta e clêtra spönda,
e stra un svulazér d’folgh t’vid a prilê

un faichet da la manêla lónga.
Ëcco un’êtra bröza ch’la ven gnichend
da e’ Mulen, carga ch’e’ pê ch’la-s sfónda!

Guêrda mo ach fadiga ch’la sta fasend
cla bes-cia da i mòscul ch’fa impresion,
pr e’ padron infarinê ch’e’ sta s-ciflend!

Quési a Fil la strê la rapa in so,
‘pët a la S-ciapëta, d’ciöta t’vid e’ paés,
e al su premi ca, quëli ch’i j dis “Vagon”.

Stra i cŏp di capën dö, tre butégh:
e’ falignam, l’ustareja, e’ fradór
e piò zo e’ campanil piò bël de’ filés...

…Prova un po’ di chiudere gli occhi, e di sentirti un tizio
che scende lentamente dalla Bastia per andare
verso Filo, seduto sul biroccio, con la frusta in mano,

duecento e più anni fa. Alla tua destra hai
il fiume che scorre con la sua acqua limpida,
e subito al di là di esso, luccica fino a sfavillare

un lago ben più grande dell’odierna Valle Santa,
una gran quantità di colori che giunge fino a Fusignano
tra centinaia di piccole increspature dell’acqua.

Se dopo un po’ volgi lo sguardo alla tua sinistra,
lungo tutto quel balcone di terra che ti porta
fino a Menate, posa l’occhio un po’ lontano,

oltre le case rannicchiate, immediatamente dopo:
fino al cielo... non vedi altro che acqua salata.
Qualche barcone che passa lentamente vicino alle case

carico di sale, merce che ha un valore immenso
e che portano forse nei pressi della Mota,
un posto da cui poterla prelevare durante l’inverno.

Intanto che l’asino ti fa dondolare
sopra le pietre irregolari della strada, senti il gracidare
dei ranocchi, poi il covare di una chioccia,

e più avanti, un bambino che chiede la poppata.
Osservi per un po’ oltre l’una e l’altra sponda,
e tra uno svolazzar di folaghe vedi volare in tondo

uno sparviero dalla lunga coda.
Ecco un altro biroccio che arriva cigolando
dal Molino, carico fin quasi a sfasciarsi!

Guarda anche che fatica sta facendo
quella bestia dai muscoli impressionanti
per il padrone infarinato che sta allegramente fischiando!

Quasi a Filo la strada sale,
verso la S-ciapeta ,vedi il paese sottostante
e le sue prime case, quelle chiamate “Vagoni”.

Tra i coppi delle capanne due o tre botteghe:
il falegname, l’osteria, il maniscalco
e più giù il campanile più bello del filese…

(Dal sito Istituto Gramsci Emilia Romagna,
Voci del verbo insegnare n. 32, 6 novembre 2006)

1 commento:

Anonimo ha detto...

Finalmente si è lanciato un alleuja, presto ne lanceremo altri due. I lavori per l'attivazione della pista ciclabile in via Oca-Pisana procedono con sollecitudine,
inoltre personale volontario stà provvedendo alla ristrutturazione del sagrato della chiesa. A presto
dunque !!!!! Benny