giovedì 18 settembre 2008

Un filese nell'affondamento del Laconia, 1942

Il soldato Felloni Selvino fra i dispersi in quell’orribile scenario di guerra

di Agide Vandini



L’anniversario. Ricorre proprio in questi giorni il 66° del siluramento del transatlantico inglese Laconia al largo della costa africana e di quel che ne seguì, una storia scabrosa di cui si è sempre parlato poco, ma che può essere considerata, per certi aspetti, una delle pagine più nere della Seconda Guerra mondiale.

Prima di riassumere per sommi capi tutta la vicenda e di rimandare l’approfondimento ai numerosi siti internet che la riportano e la commentano nei particolari, è bene dire che di essa ci si occupa oggi in questo blog soprattutto in ricordo di un militare filese che, proprio a seguito di quel tragico affondamento, fu dato per disperso e che al suo paese, perciò, non tornò mai più.

L’atrocità della vicenda che lo coinvolse assieme ai suoi compagni fu tale che, pur nella considerazione delle numerose tragedie che toccarono tante famiglie filesi [1], sento il dovere di onorare, in modo speciale e con tutto il rispetto e il cordoglio che merita, la memoria di questo soldato scomparso nelle acque dell’Oceano Atlantico, così lontano dal suo paese.

Si tratta del militare Felloni Selvino (vedi foto a fianco) del quale Egidio Checcoli, ne Il filo della memoria (Prato, Editrice Consumatori, 2002, p.121) ha accuratamente riportato: «Soldato, XXVIII° Settore G.A.F. di Draga(Fiume), dichiarato disperso nell’affondamento del Laconia il 12.9.1942. Aveva 29 anni».

A quest'ultimo proposito lo studioso Gian Paolo Bertelli, autore di una interessantissima opera sull'argomento [ Da El Alamein al Laconia, Modena , Digital Borghi, 2008 ], riferisce gentilmente che, controllata la documentazione in suo possesso ha potuto dedurre che Felloni era in forza al XXVII settore Guardie alla Frontiera di stanza a Fiume e non al XXVIII. Da Fiume, Felloni Selvino fu trasferito a Castel Benito (Zuara) in Libia, da li fu inviato al seguito dell'avanzata di Rommel in Egitto dove venne presumibilmente catturato durante la battaglia di El Alamein (19.09.2009).


L’affondamento del Laconia. Ecco dunque la ricostruzione sommaria della triste vicenda.

La notte del 12 settembre del 1942, nei pressi dell'isola di Ascensione (v. posizionamento nella mappa a fianco), un U-boot tedesco, l'U-156 al comando del tenente di vascello Werner Hartenstein, inquadrò e colpì il Laconia, un transatlantico varato nel 1922 da circa 20.000 tonnellate convertito dagli inglesi in mercantile armato per il trasporto delle truppe (v. disegno più sotto).

La nave era salpata da Suez il 12 agosto con a bordo, diretti alla volta dell'Inghilterra, 463 ufficiali e uomini di equipaggio; 286 passeggeri militari inglesi; 103 guardie polacche; 1.800 prigionieri di guerra italiani e 80 tra donne e bambini.

I militari italiani, all’epoca alleati dei tedeschi, erano stati fatti prigionieri nel luglio precedente dopo la prima battaglia di El Alamein. Il mese di navigazione li aveva messi a dura prova, ammassati in tre stive con razioni di viveri inadeguate, ma ormai si era a poche settimane dall’arrivo in Inghilterra. La notte del 12 settembre, il Laconia, navigava a luci spente e zigzagava come di routine per evitare gli attacchi dei sommergibili nemici che pattugliavano tutti i settori dell'Atlantico. Fu centrato da due siluri ed affondò in circa due ore.

Il sommergibile tedesco emerse ed il suo comandante si accorse che tra i naufraghi c’erano numerosi soldati alleati italiani. Appresa la composizione dei passeggeri informò immediatamente il Comando navale tedesco. Il viceammiraglio Dönitz acconsentì al salvataggio dei naufraghi, ordinando allo stesso tempo ad altre unità navali, tedesche ed italiane, di far rotta verso il luogo del disastro.

Dai primi racconti dei naufraghi italiani emerse però una realtà inquietante, che fu annotata nel giornale di bordo del comandante Hartenstein: «00 h 7722 – SO. 3. 4. Visibilità media. Mare calmo. Cielo molto nuvoloso. Secondo le informazioni degli italiani, gli inglesi, dopo esser stati silurati, hanno chiuso le stive dove si trovavano i prigionieri. Hanno respinto con armi coloro che tentavano di raggiungere le lance di salvataggio…».

In sostanza le guardie polacche avevano ricevuto l’ordine di lasciare i 1800 prigionieri di guerra italiani chiusi nelle stive, condannati di fatto ad una morte orribile per affogamento. Le testimonianze su quei tragici momenti apparivano agghiaccianti, qualcuno dei prigionieri pare avesse tentato addirittura di suicidarsi battendo la testa contro le pareti dello scafo. Con la forza della disperazione i reduci del deserto si erano scagliati contro i cancelli sbarrati, davanti alle guardie che non esitavano a respingerli a colpi di baionetta o a sparare a bruciapelo. L’orrore era poi proseguito sul ponte della nave, dove si era sparato sugli italiani che cercavano posto nelle scialuppe e ad alcuni erano anche stati recisi i polsi affinché non potessero più arrampicarsi.

L’emersione del sommergibile aveva posto fine alla barbarie, ma si è potuto calcolare che ben oltre un migliaio di italiani fossero già morti direttamente nelle stive e in quelle prime ore disperate.

Le operazioni di salvataggio, che durarono alcuni giorni, consentirono al comandante Hartenstein di salvare sul suo, e sugli altri U-Boot, centinaia di naufraghi, in attesa dell’arrivo di una nave francese di soccorso, un incrociatore della classe Gloire partito da Dakar. I quattro sommergibili si trovarono carichi di prigionieri, sia all’interno che sul ponte di coperta; in più trainavano molte scialuppe di salvataggio quasi nell’impossibilità di immergersi (v.immagini a fianco). Come se non bastasse il sangue dei feriti aveva richiamato sul posto tutti gli squali della zona che facevano scempio dei vivi e dei cadaveri.

La tragedia sembrava giunta alla fine, ma in realtà le sorprese non erano finite.

In quelle difficili condizioni, il 16 settembre, alle ore 11 e 25, fu avvistato un bombardiere americano del modello B-24 Liberator, comandato dal tenente pilota James D. Harden. Dall’aereo si potevano osservare i sommergibili e vedere sopra coperta, come da convenzione internazionale, i teli bianchi con la croce rossa, indicanti prigionieri a bordo. Di più: Hartenstein chiese ad uno degli ufficiali inglesi che si trovavano sul suo U-Boot di trasmettere - in inglese - all’aereo il seguente messaggio: «Qui ufficiale Raf a bordo del sommergibile tedesco. Ci sono i naufraghi del Laconia, soldati, civili, donne e bambini».

Il Liberator non rispose e si allontanò. Il tenente pilota Harden telegrafò però al suo punto di appoggio che si trovava sull’isola di Asuncion, da dove il comandante in capo, il colonnello Robert C. Richardson III, impartì l’ordine chiaro «Sink sub».

Il Liberator tornò alle 12 e 32 per bombardare i sommergibili. Caddero cinque bombe, di cui una centrò una scialuppa ed una colpì l’U-Boot causando avarie agli accumulatori ed al periscopio. Hartenstein a quel punto fece tagliare le cime con le scialuppe e si immerse.

I superstiti (700 inglesi, 373 italiani e 72 polacchi) furono poi presi a bordo dalla nave francese di soccorso e giunsero a Dakar il 27 settembre.

Dönitz diventò ammiraglio alla fine di quell’estate e dispose che i sommergibili non avrebbero più raccolto naufraghi delle navi affondate e questo fu uno dei capi di imputazione sulla sua testa al processo di Norimberga, il 9 maggio 1946. Dönitz, che fu poi condannato a 10 anni di prigione, si difese proprio citando il bombardamento dei sommergibili dopo l’affondamento del Laconia.

Dei 1800 italiani, circa 1400 morirono annegati, in gran parte intrappolati nella stiva della nave. Fra essi anche il nostro compaesano, il filese ventinovenne Felloni Selvino.



Una tragedia di guerra, la guerra come tragedia. Di questa vicenda si è parlato con parsimonia nel dopoguerra e ben pochi si sono occupati di quei poveri morti. Per gli annegati del Laconia, dunque, c'è sempre stato solo il dolore privato delle famiglie e qualche sommesso quanto rispettoso ricordo, come questo modesto scritto, a tanti anni da quei fatti. Poche, e poco autorevoli le ammissioni di colpa da parte degli anglo americani che, a quanto si legge, hanno sempre per lo più ignorato, nel dopoguerra, l'avvenimento.

E’, quella del Laconia, comunque la si interpreti, una pagina ben poco onorevole, ma è anche uno dei tanti misfatti di una guerra insensata, in cui ci portò colpevolmente un regime autoritario e liberticida, responsabile di aver arrecato all’Italia, oltre ai tanti lutti famigliari, una rovina morale e materiale dalla quale ci si è potuti sollevare soltanto con grande sacrificio ed unità di popolo.

Sia allora questo piccolo ricordo del filese Selvino, disperso coi suoi tanti compagni all’altra parte del mondo, ingoiato dall’Oceano al largo dell’Africa nella più sconvolgente delle tragedie, un monito e una preghiera contro la pazzia della guerra, contro l’odio insensato ed il disprezzo per la vita, quasi sempre fomentato dal nazionalismo più becero, e sia un accorato appello contro quella violenza, prepotenza e sopraffazione che possono fare dell’uomo, ancora oggi, una bestia così spietata e feroce.


Questi alcuni indirizzi web ove si consiglia di approfondire l’argomento:


http://cronologia.leonardo.it/battaglie/batta108.htm

http://digilander.libero.it/lacorsainfinita/deserto/prigionieri/affondamentolaconia.htm

http://wernerhartenstein.tripod.com/italiano01.htm

http://wernerhartenstein.tripod.com/index.htm

http://www.mclink.it/com/inform/art/07n16619.htm

http://it.wikipedia.org/wi\ki/Incidente_del_Laconia


[1] Il piccolo paese subì occupazioni, devastazioni, rappresaglie, fucilazioni, bombardamenti e contò, purtroppo, un numero spaventoso di vittime, sia del conflitto (141 Caduti, di cui: 18 Martiri della Libertà, 31 Militari, 92 Civili), sia delle conseguenze postbelliche (28 Vittime, di cui: 23 per gli sminamenti, 5 per morti violente da mano ignota).

30 commenti:

Filese ha detto...

L’amico Remo Ceccarelli, di origini romagnole, mi scrive dal lontano Lussemburgo. Pubblico, col suo permesso, quanto ricevuto:

Ciao Agide, la storia del Laconia la conoscevo già, in lungo e in largo, perché dalla fanciullezza sono appassionato di storia, specialmente del 20° secolo. Non potevo sapere del nostro povero conterraneo, per il quale provo un dispiacere senza limiti come per tutti quelli che hanno dovuto lasciare la pelle in eventi bellici che tutto sommato li riguardavano il giusto e ai quali hanno partecipato senza macchiarsi di colpe personali.
Tuttavia, al dispiacere si unisce pure la rabbia per il vile tentativo di insabbiare tutto quanto dopo la guerra, partendo dal angloamericanissimo voler rifilare la responsabilità dei morti del Laconia al (allora) vice-ammiraglio dönitz, che un santo non era davvero come ebbe da dimostrare il seguito, ma che in quella circostanza seppe ricordarsi di quel minimo di spirito cavalleresco che aveva sempre distinto i combattenti del mare. Il suo beau geste fu spazzato da un demente comandante americano di nome Richardson, che, interpretando nel modo più fiscale possibile la convenzione di Ginevra, diede ordine al pilota del pby-catalina di attaccare gli u-boot carichi di inermi prigionieri, ma anche di donne e bambini. Dettaglio agghiacciante, Richardson fece poi una bellissima carriera, con incarichi importanti nella Nato, arrivando al grado di generale se non ricordo male. Comunque negli anni successivi gli americani, soprattutto, hanno ampiamente dimostrato di fregarsene di tutti, coprendo ogni qualsivoglia vigliaccheria dei soldati Usa, tipo il massacro di Mi lay in Vietnam o ancora qualche anno fa la storia dei piloti che tagliarono per scommessa (pensa te...) il cavo di una funivia in Friuli. Per eccesso di pietà non mi allargo a parlare delle gesta Usa nel Golfo.
E’ altresì chiaro che agli alleati bruciava la storia del Laconia, con prigionieri rinchiusi nelle stive e malmenati dalle guardie mentre affondava la nave: a Norimberga hanno tentato di darsi quella sembianza di salvatori dell'umanità ,e da unici custodi del bene nel mondo, che in gran parte gli spettava per aver preservato il mondo dalla follia fascista, ma avrebbero potuto/dovuto dichiarare anche le loro porcate per migliorare il loro tasso di simpatia nel pianeta. Solo da pochi anni, poi, si parla ufficialmente delle decine di migliaia di abusi sessusali commessi dall'Armata Rossa a Berlino, da pochi mesi appena ho conoscenza del spaventoso tasso di mortalità dei prigionieri tedeschi internati nei campi francesi (soprattutto in Bretagna) dopo la fine delle ostilità. Inifine, nessuno fino a pochi anni fa osava pronunciare il nome dell'unità di ricerca biologica giapponese numero 731 (colpevole di vivisezioni anche su prigionieri americani) i cui capi vendettero agli americani, già in odore di guerra fredda, tutti i loro archivi in cambio dell'incolumità post-bellica... Mi fermo perché non voglio romperti le scatole con cose che sai meglio di me, ma insomma ce n'è per tutti.
Come hai ben detto nel tuo calorosissimo artiocolo, la guerra è una nefandezza della quale si può solo sperare di rimanere alla larga, perché una volta imboccata la strada delle armi viene fuori il peggio del peggio dell'umanità. Servono delle persone moralmente superiori per venirne fuori. a questo proposito mi viene in mente uno dei tanti cugini (questo era acquisito) di mio padre, che fu capo partigiano nelle zone di Sant'Agata Feltria. Ho avuto il privilegio di parlargli qualche volta circa 20 anni fa. Era una persona straordinariamente pacata e umile, ma umile per davvero. Durante queste discussioni non ho potuto non accennare al periodo bellico e mi ricordo benissimo la sua risposta alla mia domanda: ma come avete fatto a non prendere rivincite personali dopo aver sopportato 20 anni di soprusi fascisti, perché non avete sparato nel mucchio? Lui disse semplicemente: qualcuno doveva finirla. So benissimo che qualcuno si fece giustizia da solo anche dalle nostre parti e non riesco sempre a biasimarli, lo dico apertamente, ma queste sono parole che non potrò mai dimenticare, perché ogni giorno, guardando i telegiornali, mi rendo conto che è molto più difficile finire una guerra che incominciarla.
Ti saluto affettuosamente ringraziandoti per le belle cose che metti a disposizione di tutti..

Remo
PS: Alzerò il primo bicchiere di cagnina del 2008 alla memoria di Selvino, per lui e per tutti gli altri.

Filese ha detto...

Pubblico, dietro sua autorizzazione, la mail ricevuta in questi giorni da Gian Paolo Bertelli, autore del libro Da El Alamein al Laconia, Modena , Digital Borghi, 2008. Sono lieto di aver contribuito, col mio articolo su questo blog, alla fedele conservazione della memoria del caduto Felloni Silvino e della tragedia del Laconia.
Ringrazio, anche a nome dei filesi, Gian Paolo Bertelli per l’attenzione e la cura data all’argomento (agide vandini).
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Buongiorno,

ho visto per caso in internet il blog che parla del Caduto di Filo d'Argenta del Laconia.
Un' anno fa ho deciso di pubblicare una ricerca su questa tragedia, prima mi sono documentato attraverso
Onorcaduti, Archivi di Stato ed anche grazie al British War museum sono riuscito a trovare del
materiale anche inedito. Ieri sulla Nuova Ferrara e' uscito un articolo a firma di Graziano Gruppioni
che ha ricordato quel tragico 12 Settembre.
Felloni Selvino classe 1913 compare nell'elenco dei Caduti a margine del libro ma non avendo trovato
in Archivio di Stato di Ferrara il fascicolo relativo ho pensato che appartenesse ad un'altra provincia .
Sara' mia cura di inserirlo nel PDF del libro che e' scaricabile da Internet.

Cordiali saluti


Gian Paolo Bertelli
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