lunedì 23 febbraio 2009

A tu per tu con Vincenzo Monti…


Curiosità ed emozioni intorno al battesimo alfonsinese del poeta

di Agide Vandini



L’ho vista per caso l’annotazione del battesimo di Vincenzo Monti fra quelli della Parrocchia di Alfonsine. M’è balzata all’occhio, un paio di giorni fa, in uno dei pochi registri rimasti intatti dopo la Settimana Rossa (1914), tumulto che proprio ad Alfonsine fece davvero sfracelli. Dice la leggenda, che questo libro coi nati di metà Settecento, sottratto alla furia incendiaria dei rivoltosi, sia giunto miracolosamente fino a noi grazie alle ampie sottane di una amorevole parrocchiana.

Cercavo assiduamente la nascita di Francesco Corelli, eccellente antenato di mia moglie Diana, e mi sono imbattuto invece in quella assai più celebre di Vincenzo Monti, illustre poeta e letterato, principe del Neoclassicismo italiano, nato nella casa dell’Ortazzo, ad Alfonsine, il 19 febbraio dell’anno 1754.

Riporto a fianco la foto della preziosa annotazione (per ingrandirla, come sempre, basta cliccare sull’immagine), ma è bene qui aggiungere la trascrizione completa e la relativa traduzione.


Trascrizione: Die 19 Februarij 1754. Vincentius hodie mane natus ex Domino Fidelis Maria Monti, et Dominica Maria Mazzarri coniugibus baptizatus fuit a me Paulo Guerrini Rector. Patrinus fuit Jacobus Antonius Guerrini. Omnes ex hac Paroecia. Ita est.


Traduzione: Il dì 19 Febbraio 1754. Vincenzo nato stamane dal Signore Fedele Maria Monti e da Domenica Maria Mazzarri coniugi, fu battezzato da me Paolo Guerrini Rettore. Padrino fu Giacomo Antonio Guerrini, tutti di questa Parrocchia. Così sia.


L’iscrizione è semplicissima, o meglio: quanto di più scarno ed essenziale un parroco potesse immaginare. Forse per questo non si può fare a meno di notare quel «Domino». Oggi siam tutti «Signor Pinco Palla», ma all’epoca, prima che da Parigi arrivassero le idee dell’ottantanove, quell’appellativo lo si dava soltanto alle famiglie molto agiate, un titolo, per essere chiari, che aveva il significato opposto a quello di “Poveretti”, ovvero la condizione da sempre sottaciuta. Si doveva invece (e guai mai…) mettere bene in evidenza lo stato di “Signori” rimarcando la differenza fra Sgnur e puret, come si fa nel nostro dialetto ove le due categorie sono ancora ben distinte, senza tanti infingimenti, dacché, purtroppo e nonostante le tante speranze in proposito, non si sono ancora confuse.

Quando noi diciamo insomma: «Ah, mo’ quël l’è un Sgnór…», non possono esserci dubbi sul significato del termine e, quindi, sulle proprietà e sul conto in banca di quel Sgnór

Torniamo, però, all’importante documento parrocchiale. Esso dev’essere già stato sotto gli occhi di molti altri studiosi, tuttavia, stando ai dati di battesimo, qualche biografo riporta tuttora con inesattezza il nome della madre che, dunque, non si chiamava Adele, ma Domenica Maria.

Di Vincenzo Monti si ricorda doverosamente, anche nelle biografie più succinte, la nascita alfonsinese in località Ortazzo [oggi la vecchia denominazione di località è poco conosciuta e si indica più spesso la borgata «Passetto» di cui era ed è parte], sottolineandone i natali in «una casetta di semplice eleganza, che sorge in fondo ad un largo ripiano». ( si veda: http://www.babeleweb.net/Default.asp?scheda=449)

Pochi anni fa (2004), nel 250° della nascita, il gruppo filatelico alfonsinese ha ricordato il celebre conterraneo con un annullo speciale, proposto in una vecchia cartolina riproducente la casa natale del poeta, un omaggio simpatico ed elegante di cui volentieri riporto a fianco il fronte e il retro.

Oggi quella casa, restaurata a più riprese dall’amministrazione comunale (ai lavori contribuì anche Marino Marini, industriale mecenate il cui ricordo è ancora caro agli alfonsinesi), è considerata una delle più belle fra le "case della memoria". Una struttura aperta e vivace, al cui interno è collocato il Museo Montiano e anche un Centro di Educazione Ambientale che costituisce punto di riferimento per scuole e cittadini desiderosi di conoscere meglio le zone della bassa pianura ravennate.

In quella bella e importante casa, presentai qualche anno fa uno dei miei libri, il Cestello dei ranocchi, e soprattutto, proprio lì mi sono da poco felicemente risposato, con breve ed intima cerimonia, ma con non poca emozione, voglio sottolinearlo, date le tante e belle rimembranze di gioventù di cui riferirò.

A Vincenzo Monti era innanzi tutto dedicato l’Istituto ove studiai per cinque proficui anni a Ferrara, laddove il poeta aveva frequentato l’Università (iscritto a forza dal padre che voleva farne un medico…), ma per me egli è sempre stato il poeta dei versi sublimi con cui ho conosciuto l’Iliade di Omero, quelli che negli anni dell’adolescenza mi fecero fremere e trepidare per la sorte di tanti eroi senza tempo.

Quei versi poetici ancora oggi risuonano cadenzati nella mente: Cantami o Diva, del Pelide Achille… , una protasi concentrata nei primi quattrodici versi del poema, versi appresi a memoria e poi snocciolati davanti al caro Alfonso Paternoster, preside e illuminato professore di lettere argentano.

Versi, accenti che ancora evocano duelli epici, bagliore d’armi, cavalli, auriga e cocchi sfreccianti nei campi di battaglia, ferri che cozzano, polvere che s’innalza al cielo, premurosi e capricciosi Dei dell’Olimpo che appaiono e scompaiono. Emozioni, sensazioni che gli ispirati versi montiani, pur scritti senza il conforto della grammatica greca (traduttor de’ traduttori si disse del poeta…), hanno saputo scatenare in tutti noi.

Del resto, perché mai la traduzione doveva essere fedele al testo omerico? Quello che importa - scrisse giustamente il Valgimigli - «per una traduzione di poesia che non voglia essere una traduzione letterale ad uso e consumo di scolari asini e pigri, è appunto di avere anch’essa, come il testo originale, un suo accento di poesia. La Iliade del Monti ha questo accento. Chi desideri l’interpretazione diretta di Omero, legga Omero[…]» Di qui alla conclusione: «[..] il poeta sente e asseconda, con obbedienza facile e docile, per naturale dono e abbandono. Così è ogni vera grande poesia; e la Iliade del Monti è vera grande poesia».

Quel che è certo, è che, alla lettura di quei versi, galoppò forte la nostra fantasia di studenti dodicenni, fino a vivere le epiche gesta quasi in prima persona, fino ad identificarci, ognuno di noi, nei grandi eroi omerici, nei magnifici protagonisti di questa storia avvincente.

Conservo ancora il testo di scuola di cui a fianco riporto la copertina, quello su cui studiammo per un anno intero e ove, come si può vedere, disegnai distrattamente, con la mente rapita dalle vicende di cui sentivo decantare le gesta, linee improvvisate di uno scudo di Achille, linee che oggi paiono quasi provenire dal «bersaglio» della Settimana enigmistica…

Quella «guerra di Troia», grazie ai versi montiani, veniva da noi vissuta come un campo di gara, un’arena di gladiatori senza paura, oppure per chi, all’epoca, era affascinato al cinema dai «cappelloni» del Far West, una specie di sfida all’OK Corral trasportata indietro fino a tempi immemorabili. Pur conoscendo la sorte della guerra in anticipo, non si vedeva l’ora di giungere all’epilogo di una storia così coinvolgente.

Tanta era la partecipazione, lezione dopo lezione, che, come ho già avuto modo di ricordare, si costituirono all’interno della classe due partiti, uno “greco” ed uno “troiano”. I ruoli singoli di ognuno, poi, come fossero parti di una rappresentazione teatrale, venivano assegnati quasi per acclamazione.

Io fui «Diomede» per elezione, ossia l’eroe che aveva scelto come compagno Ulisse nella tremenda strage al campo dei Troiani, e questo perché l’«Ulisse» della «Seconda A» non poté che essere il mio sagace compagno di banco, il caro Fernando Maria Buldrini, vera faina, e per tutti il più furbo della classe.


Mosse allor le parole il grande Atride:

Diletto Diomede, a tuo talento

un compagno ti scegli a sì grand’uopo,

qual ti sembra il miglior. Molti ne vedi

presti a seguirti; né verun rispetto

la tua scelta governi; onde non sia

che lasciato il miglior, pigli il peggiore;

né ti freni pudor, né riverenza

di lignaggio, né s’altri è re più grande.


Così parlava, del fratello amato

paventando il periglio: e fea risposta

Diomede così: Se d’un compagno

mi comandate a senno mio l’eletta,

come scordarmi del divino Ulisse,

di cui provato è il cor, l’alma costante

nelle fatiche, e che di Palla è amore?

S’ei meco ne verrà, di mezzo ancora

alle fiamme uscirem: cotanto è saggio.


Così, caro buon Vincenzo Monti, ancorché in tempi tanto «perigliosi» tu sia stato di idee politiche fin troppo mutevoli, quasi mai coerenti e condivisibili, ti potrai ben render conto, dall’alto del tuo magistero, quanto, in quanti modi e per quanto tempo, io abbia potuto avvertire la tua presenza, la tua amichevole compagnia, quella di un poeta, comunque, di cui sentirsi sempre fieri e orgogliosi, e non soltanto perché nato a pochi passi da casa mia.

Ciò nonostante, l’aver visto, guardato, letto, trascritto e tradotto la tua iscrizione di battesimo, mi ha emozionato come non mai. Mi è sembrato quasi, dopo essermi sentito, in qualche modo, da te tenuto in braccio in tante circostanze della vita, che davanti a quel «die 19 februarij», le parti si siano piuttosto invertite.

Mi è parso di vederti finalmente in altra prospettiva, ossia: piccolo, inerme e in fasce (per quanto figlio di un Dominus...), fra le mani quasi imbarazzate di certo, amorevole Jacobus Antonius e, sotto i miei occhi increduli, ti ho persino udito strillare con fragore, sotto l’acqua fresca di Alfonsine, qual «eroe gemente» «al guado del vorticoso Xanto» quando, come ti spettava di diritto, ti sei sentito «spruzzar di fresca onda la fronte»… [1]



[1] Per le citazioni si vedano nell’Iliade montiana i versi del Libro Decimo (300-317)e quelli del Decimoquarto (512-516).



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