venerdì 20 novembre 2009

Rintracciato il foglio matricolare di Felloni Selvino


Importanti notizie sul caduto filese del Laconia reperite dallo studioso G.P.Bertelli

di Agide Vandini


Torno sull’affondamento del Laconia, e nuovamente sulla vicenda del soldato filese Selvino Felloni che vi perse la vita, argomento già trattato nel settembre 2008 in un articolo consultabile a questo indirizzo:

http://filese.blogspot.com/2008_09_01_archive.html


Ho avuto infatti dal gentilissimo studioso ferrarese Gian Paolo Bertelli, autore dell’interessante e documentato Da El Alamein al Laconia, (Modena, Digital Borghi, 2008), copia integrale del foglio matricolare del nostro milite e questo ci fornisce precise notizie sugli spostamenti, sul curriculum militare ed infine sulla morte atroce che, come tanti suoi compagni, trovò nelle acque dell’Oceano ove sprofondò il «Laconia», nave-prigione inglese.

Felloni Selvino risulta dunque nato a Formignana nel ferrarese il 30 Agosto 1913 da Antonio e da Agniori Pasqua, alto 1.63, castano, riccio, in grado di leggere e scrivere per aver frequentato la scuola elementare fino alla classe seconda, di professione contadino.

Nel ‘35 presta servizio militare nel 23° Fanteria, è congedato nel luglio del ’36 e richiamato alcune volte fra il ’39 ed il ’40 nel 79° Fanteria. Richiamato nel marzo del ‘41, viene poi dislocato (6.4.41) sul fronte italo-jugoslavo, a Fiume, nel XXVII settore di copertura delle Guardie di frontiera. Qui, un paio mesi dopo (31.5.41) riporta una ferita da arma da fuoco giudicata dipendente da causa di servizio. Viene allora ricoverato in Ospedale Militare, inviato in convalescenza il 19.6.41, terminata la quale, viene giudicato all’Ospedale Militare di Bologna «inabile alle fatiche di guerra» e fatto rientrare al corpo.

Due mesi dopo (22.12.41) egli è aggregato all’84° Fanteria (deposito) per un mesetto. Da qui, il 17.1.42, finisce all’8a squadra di pilotaggio per zone desertiche. Il 4.5.42 s’imbarca all’aeroporto di Castelvetrano, giunge lo stesso giorno a Tripoli e viene integrato nel 27° Fanteria Pavia. Dal 4.5.42 al 15.7.42 la sua squadra di pilotaggio «partecipa alle operazioni di guerra svoltesi in Africa settentrionale». Il 1° luglio tutta la divisione è impegnata in violenti combattimenti e sottoposta ai successivi contrattacchi inglesi del 21-27 luglio nella zona di El Alamein.

Felloni Selvino, come tanti altri soldati, viene dunque fatto prigioniero dagli inglesi il 15 Luglio 1942 ad El Alamein. Due mesi dopo, il 12 settembre 1942 perisce, come sappiamo, in una delle più terribili tragedie della seconda Guerra Mondiale, «disperso in mare in seguito all’affondamento del piroscafo “Laconia” che lo trasportava in prigionia» in circostanze raccapriccianti e già riportate nel precedente e richiamato articolo.

Dunque, nonostante la ferita di guerra, nonostante l’inabilità alle fatiche, a Selvino toccarono due mesi al fronte nell’Africa Settentrionale ed altri due di prigionia sotto gli inglesi, fino alla tragica fine nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste africane, dove, più ancora di altre circostanze, la follia della guerra portò gli uomini a coprirsi di vergogna, fino a comportarsi alla stregua di animali feroci, come vuole del resto la triste definizione latina che fa ancora rabbrividire: homo homini lupus.

Cosa poi fu detto in quei mesi alle famiglie disperate, in apprensione per la sorte dei loro cari, non è dato sapere con precisione. Certo la confusione negli apparati militari doveva essere tanta, forse anche la vergogna di una guerra scatenata per cecità e vanagloria da un regime vittima del suo fanatismo, una guerra insensata e funesta che si stava rivelando una rovina per gli italiani e per l’Italia.

Ai familiari di Selvino non fu neppure detto dove, come e quando, egli avesse trovato la morte. Parecchi mesi dopo quel 12 settembre 1942, non riuscendo a sapere nulla del loro caro di cui non avevano più notizie, fu loro detto da qualche Autorità che era caduto in una data qualunque (8 aprile 1943) su «nave silurata nei mari d’Egitto», ultima traccia evidentemente conosciuta, e questo fu scritto, nel dopoguerra, nel mesto ricordino funebre che i Felloni vollero dedicargli, unitamente all’altro congiunto, Andrea, morto in Germania.

Soltanto più tardi la burocrazia statale deve aver fatto il suo corso, ristabilendo una verità rimasta per anni nelle anagrafi comunali, oggi attestata e documentata inconfutabilmente da un foglio matricolare che dobbiamo alla pazienza e alla costanza di Gian Paolo Bertelli.

Righe, timbri, annotazioni di una precisione agghiacciante e che sembrano scandire, con la vita militare del soldato Selvino Felloni, quei mesi e quegli anni terribili e dissennati, i tanti lutti e rovine che segnarono e sconvolsero la vita di alcune generazioni di italiani.

Quelle connerie la guerre… (che coglionata la guerra…) scriveva accoratamente Jacques Prévert nei bellissimi versi di «Barbara», ma credo che una riflessione ben più amara, possa venire, ancora oggi, dalla lettura della sua, attualissima, «La Guerre», che forse vale la pena di rileggere attentamente:



La guerre

(Jacques Prévert)


Vous déboisez

imbéciles

vous déboisez

Tous les jeunes arbres avec la vieille hache

vous les enlevez

Vous déboisez

imbeciles

vous déboisez

Et les vieux arbres avec leurs vieilles racines

leurs vieux dentiers

vous les gardez

Et vous accrochez une pancarte

Arbres du bien et du mal

Arbres de la Victoire

Arbres de la Liberté

Et la forêt déserte pue les vieux bois crevé

et les oiseaux s’en vont

et vous restez là a chanter

Vous restez là

imbéciles

à chanter et à défiler.


La guerra

(Jacques Prévert)


Voi disboscate

imbecilli

voi disboscate

Tutti i giovani alberi con la vecchia ascia

voi distruggete

Disboscate

imbecilli

Voi disboscate

E gli annosi alberi con le loro vecchie radici

e le loro vecchie dentiere

voi li conservate

E un cartello attaccate

Alberi del bene e del male

Alberi della Vittoria

Alberi della Libertà

E la foresta deserta appesta il vecchio bosco crepato

e partono gli uccelli

e voi restate là a cantare

Voi restate là

imbecilli

a cantare e a fare la parata.


(Cliccare sulle immagini per vederle ingrandite)

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